Il ruolo del portiere - Quali sono le caratteristiche principali di un buon portiere - PARTE 2

Pubblicato da: Tommaso Di Maio Categoria: Blog Data: Commento: 0 Like: 577

PORTIERE - QUALI SONO LE CARATTERISTICHE PRINCIPALI DI UN BUON PORTIERE

In questa seconda parte continueremo a parlare delle competenze e delle abilità per essere un buon portiere. Specificatamente, porremo l'attenzione sugli aspetti che caratterizzano la prestazione del portiere da un punto di vista mentale.

I  portieri  sono  capri  espiatori  per  eccellenza,  oggetto  della  rabbia  dei  tifosi  e  dei giocatori in ogni caso, in ogni circostanza, perché perdere fa male e se lui  ha commesso un piccolo errore tutti trovare un motivo di lamentela, mentre gli altri sono pronti ad assolversi pur avendo la consapevolezza delle vere ragioni di un risultato deprimente. È più facile asserire che si è perso per colpa del portiere perché ha parato male piuttosto che per non avere saputo centrare la porta avversaria.

Ecco perché, ogni volta che entra in campo, il portiere si accinge a compiere una sfida verso se stesso e verso gli altri, e ciò richiede molta fermezza e tenacia. Più degli altri, forse, egli gioca per vincere, o meglio per non perdere. La partita è per lui una sfida dai toni più accesi, perché un ottimo intervento lo innalza sul podio più alto, negando l’esultanza all’avversario mentre da una sferzata ai compagni per lo scampato pericolo. Invece, quando la palla entra nella sua porta, lo rende inequivocabilmente responsabile della sconfitta di tutti.

Mentre l’attaccante esulta a lungo per avere segnato una rete, l’entusiasmo della sua parata, spesso dura poco, perché per mantenere la concentrazione non può soffermarsi troppo su ciò che gli è ben riuscito. Il compagno che fa goal concede alla squadra di far esplodere la tensione accumulata, quindi dona un momento che carica ogni elemento del gruppo. Il portiere può sperimentare raramente questo piacere in relazione ad un suo ottimo intervento, tranne magari che per un calcio di rigore parato ai tempi supplementari.

Tuttavia tutte le situazioni negative che sperimenta sulla sua pelle, tutte le critiche che con facilità lo colpevolizzano, lo fanno crescere di più a livello caratteriale, rispetto agli altri giocatori. Ecco perché, con una certa frequenza, capita che i portieri riescono a giocare ad ottimi livelli anche dopo i 40 anni, non solo perché fisicamente si logorano meno (pur allenandosi duramente e più volte degli altri) ma anche perché il loro stato d’animo è meno vulnerabile.

Sin da piccoli hanno imparato a confrontarsi con situazioni frustranti, come sopportare lo stress di essere sempre attenti e vigili, anche quando il gioco si compie lontano o a mostrarsi resistenti alle prese in giro ed alle facce nere dei compagni che invece di confortare dopo un goal subito tendono a deprimere.

E’ duro dover mantenere inamovibile la stima in se stessi, pur avendo compiuto in precedenza un errore. Ma soprattutto ciò che rafforza la mente di un portiere è la capacità di sopportare in campo la propria solitudine, nonostante egli faccia parte di un gruppo.

Il portiere deve gestire le sue emozioni da solo, essendo queste diverse da quelle di tutti gli altri: lui protegge la porta, mentre per gli altri la porta è l’elemento da varcare. Il suo abbigliamento diverso, la sua postura, il fatto che il suo lavoro consiste nel muovere sapientemente le mani più che i piedi, lo rendono consapevole del suo essere un’altra cosa, e lui sa che gli altri compagni non possono comprenderlo a fondo, semplicemente perché non sono portieri.

Non perdete la prossima puntata!

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