Mental Coaching: come gestire il rapporto con l'arbitro

Pubblicato da: Stefano Nicoletti Categoria: Blog Data: Commento: 0 Like: 331

Il rapporto con gli arbitri

 

Per molti decenni l’arbitro di calcio è stato uno dei personaggi più solitari del panorama sportivo. Tirato per la giacchetta da ogni parte, assediato negli spogliatoi o dileggiato dagli spalti, appariva come un lavoro di frontiera o una vera e propria vocazione. Oggi anche il lavoro dell’arbitro è diventato un lavoro di gruppo e la collaborazione tra le varie figure arbitrali (e la tecnologia) diventa molto importante per una gestione ottimale della prestazione sportiva delle squadre in campo.

Cosa possono fare i calciatori per ottimizzare la relazione con le figure arbitrali?

Oggi, il metodo più utilizzato è quello di provare a tenerle costantemente sotto pressione, con l’obiettivo di far pendere la bilancia complessiva dalla propria parte così come fa un bambino bizzoso con i propri genitori. A forza di chiedere e lamentarsi, i giocatori verrebbero accontentati anche solo per scaricare un po’ della propria tensione accumulata. E’ proprio così che funziona, o che dovrebbe funzionare?

Bisogna partire dalla considerazione che l’arbitro è già di per se’ sotto una continua pressione per la natura stessa del suo lavoro che viene svolto sotto gli occhi di tutti, analizzato e sviscerato in tempo reale, contestato anche per semplice sfogo da parte di calciatori, spettatori e addetti ai lavori. Che succede se aggiungiamo tensione a tensione? Succede che lo spingiamo in una direzione pericolosa, dove il rapporto equilibrato tra la sua emotività e la sua razionalità rischia di saltare e di determinare quindi comportamenti imprevedibili.

Siamo sicuri di voler spingere in questa direzione, di giocarci il tutto per tutto in questo modo per la sola speranza di qualche decisione più favorevole?

Una strategia più intelligente esiste. Come per ogni relazione umana che abbia una base positiva, la relazione con le figure arbitrali dovrebbe basarsi su alcuni elementi condivisi. Il primo è il rispetto e il riconoscimento del proprio rispettivo ruolo. L’arbitro esiste per permettere lo svolgimento il più possibile corretto dell’incontro e i calciatori dovrebbero considerarlo come un elemento ambientale, rimanendo concentrati su ciò che possono davvero controllare: i propri gesti tecnici.

Il secondo elemento riguarda la natura stessa della relazione, che non puo’ esistere se non c’è una corretta comunicazione bi-direzionale, fatta in primis di ascolto.

Riconoscimento e ascolto rappresentano la premessa per comprendere atteggiamenti e impostazioni arbitrali, sulle quali basare i propri comportamenti in campo.

E ora andiamo sul concreto. Ipotizziamo che un arbitro si trovi in campo due squadre, una delle quali cerca di metterlo in crisi in ogni occasione mentre l’altra ne riconosce il ruolo, cerca una relazione positiva basata sul confronto e si adatta momento dopo momento alla sua interpretazione del gioco: quale delle squadre trarrà più beneficio a livello di prestazione?

La domanda è retorica, soprattutto nel medio lungo termine: la squadra più intelligente raccoglierà sempre risultati migliori, anche in questo campo.

Stefano Nicoletti

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